Posted on November 29, 2018 by
Ecosostenibilità in evoluzione per Salewa
Cosa si può fare con tremila vecchi appendiabiti inutilizzati a causa del rinnovamento del logo aziendale ?
Molto semplice: un concorso per riciclarli e produrre giochi da tavolo in legno e altri oggetti di design. Ed è così che ha operato Salewa in collaborazione con la Facoltà di Arti e Design della Libera Università di Bolzano e il laboratorio protetto per persone con disabilità Trayah di Brunico.
Sempre su questa linea si sono riutilizzati gli scarti di taglio delle giacche tecniche (gusci principali) del proprio brand e sono stati creati capi per gli altri marchi del gruppo.
Poi c’è la responsabilità sociale d’impresa, e qui il terreno è ancora più critico perché si tratta delle condizioni di lavoro della mano d’opera e del personale straniero ed europeo che lavora per il gruppo.
Prodotti e Persone sono i due pilastri in tema di sostenibilità che Oberalp, il gruppo cui appartiene il marchio Salewa, ha voluto sviluppare in modo profondo ed innovativo. Il 97% della produzione viene, infatti, viene da stabilimenti in linea con gli standard di Fair Wear Foundation. “Abbiamo a cuore il benessere di tutte le persone che lavorano per Oberalp, che siano nei nostri uffici o lavorino per la nostra catena di fornitori“, ci ha riferito Ruth Oberrauch, sustainability manager del Gruppo Oberalp-Salewa.
La stessa Ruth era presente assieme al CEO del gruppo Oberalp, Christoph Engl, durante l’incontro presso il Salewa Store di Milano lo scorso 27 novembre, per fare il punto su quanto è già stato fatto e quanto si può ancora migliorare.
Per esporre alcuni numeri, basti ricordare che Salewa, così come gli altri marchi del gruppo (Pomoca, Wild-Counrty e Dynafit), ha delocalizzato il 60% della produzione in Asia, dove è noto che le condizioni di lavoro sono ben lontane da quelle europee. Il gruppo di Bolzano però non si è arreso all’evidenza dei fatti e, tramite diversi interventi nei reparti produttivi e i già citati Audit, si è aggiudicato lo status di Leader, ricevuto da parte di Fair Wear Foundation, una delle più severe associazioni non-profit dell’industria tessile che si occupa della tutela dei diritti dei lavoratori della supply chain tessile.
Sul versante italiano si può ricordare che, oltre all’edificio dell’Head-Quarter, i cui parametri energetici minimizzano l’impatto ambientale, i dipendenti possono contare su un asilo nido e d’infanzia predisposto “ad hoc” per i nuovi nati, asilo che è anche aperto alla cittadinanza di Bolzano. Ed ancora esistono presso la sede principale un orto per la coltivazione di prodotti bio e km zero, le persone che ci lavorano sono quindici profughi, sbarcati sul suolo italiano e che vivono nei centri accoglienza di Bolzano.
Tornando ai prodotti, tra le molte novità ci piace ricordare linea Fanes: una giacca e dei guanti dal taglio innovativo, prodotti in lana al 100% italiana.
Per quanto riguarda l’attrezzo tecnico, gli attacchi da scialpinismo Dynafit (progettati con circa 80 pezzi componenti) vengono assemblati in un centro sociale che ospita personale con diverse disabilità.
Infine, come ben sanno i progettisti dei reparti R&D di tutti i brand del “mondo alpinismo”, un elemento critico per l’ambiente è l’utilizzo dei composti di PFC (perfluorocarburi) che ad oggi rappresentano l’unica possibilità per dotare i gusci tecnici di membrane impermeabili e al contempo traspiranti.
Salewa ha deciso di cooperare con dipartimenti universitari di chimica e tecnologia dei materiali per sviluppare nuovi standard, così, grazie anche alla collaborazione con bluesign® e Oeko-Tex®, due organizzazioni che si pongono come obiettivo la riduzione dell’impatto dell’industria tessile sugli umani e sull’ambiente, è nata la linea di tessuti PFC-Free con un uso dei composti PFC ridotto a soli 6 elementi.

Articolo e foto di: Fulvio Scesa
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