Kilimangiaro

Trekking, Ferrate e Altro

Trekking, Ferrate, Rifugi, bivacchi, luoghi di interesse storico ambientale o paesaggistico, insomma tutto quello che avete da dire sulla montagna



       

Kilimangiaro

Salve Climbers,

colgo l'occasione per annunciarvi che sto per partire con "Avventure nel Mondo" per affrontare un viaggio in Tanzania di due settimane: safari e campeggio nei parchi, Masai e Kilimangiaro.

Volevo sapere se già qualcuno di voi ha mai affrontato questo viaggio e in particolare se è mai stato sul questa montagna unica.
Mi aspetto consigli, notizie e impressioni sul viaggio.

Al mio ritorno pubblicherò un pò di foto e se possibile anche qualche filmato di questa avventura.

Nel tempo che passerò in vacanza mi sostituirà McMau come webmaster, quindi riferitevi a lui per qualsiasi comunicazione.

Il Webmaster
Federico :aura:
06/09/03 @ 02:32:35
 
 

Noooooooooooo, porta pure me, porta pure me!!!!!!!!!! 😖

D'altra parte è in questi momenti che si vede chi lavora veramente... vabbè, polemica terminata, ci vediamo lunedì in ufficio o direttamente in palestra.
Mauro
06/09/03 @ 12:07:59
 
 

Eh, l'Italia che lavora......
Belle le vacanze a settembre. Fai da apripista e poi facci sapere com'è andata.
Kiss and love
06/09/03 @ 20:27:02
 
 

Kilimanjaro? Beccatevi questo: è il resoconto del record stabilito da quel mostro di Brunod sulla montagna africana. Lunga ma interessante lettura. Purtroppo non so chi è l'autore, si tratta di un articolo che mi è stato spedito tratto dl sito di un quotidiano del nord, forse La Stampa. Buona lettura!

ZANZIBAR (TANZANIA) – Bruno sostiene di aver già contratto il mal d’Africa: però “alla rovescia”. Il vero mal d’Africa consiste, una volta tornati a casa, nello struggersi di nostalgia per il continente nero. “Alla rovescia” significa che uno ha appena messo piede in Africa e già non vede l’ora di tornare indietro. Il vecchio monomotore romba sulla pista per prendere lo slancio: siamo a Zanzibar, Tanzania, l’ex isola dei mercanti di schiavi, a meno di cento chilometri dalle coste dell’Africa Equatoriale. La fusoliera sussulta in modo inquietante e non ci è dato di capire se sia un fatto fisiologico oppure il preludio alla catastrofe: nel dubbio i pochi passeggeri fanno scongiuri e compiono gesti irripetibili. Poi finalmente il rottame riesce a sopraffare la forza di gravità e la cabina è percorsa da respiri di sollievo; i visi si distendono e le gambe si allungano sotto i sedili. E pensare che neanche dodici ore fa abbiamo lasciato una Malpensa nebbiosa: ora sotto di noi si dispiega in tutto il suo splendore l’Oceano Indiano. Noi chi? Siamo in cinque e siamo in Africa con una precisa missione: battere il record di salita e discesa della montagna più alta del continente, il leggendario Kilimanjaro, che sfiora i seimila metri. A dire il vero, uno solo di noi ha questo compito e non è difficile capire chi sia: tra salita e discesa, la classica via di salita (chiamata “via Marangu”😉 copre circa ottanta chilometri, una vera e propria ultramaratona. Con la caratteristica di comprendere anche oltre 4.000 metri di dislivello positivo (e altrettanti di negativo) e il non trascurabile particolare di raggiungere i 5.895 metri di quota. Quanti al mondo possono solo osare pensare di fare tutto ciò a tempo di record? Credo siano pochissimi, anzi forse ne esiste uno solo; si tratta di questo signore seduto di fianco a me, quello che prima gemeva di avere il mal d’Africa al rovescio: Bruno Brunod, già campione del mondo di skyrunning, nonché recordman del Cervino, dell’Aconcagua, del Monte Rosa. Discretamente, con la coda dell’occhio, guardo Bruno seduto dall’altra parte della carlinga; è lì che guarda la foto dei quattro figli e della moglie che un momento prima, forse nell’acme del panico aviatorio, ha tolto dal portafoglio. Diciamo la verità: se lo incontraste al supermercato, insieme alla moglie e con i quattro figli a rimorchio, questo signore ormai brizzolato, sulla quarantina, con il viso segnato dalle intemperie e un modo di fare gentile e cortese con tutti, potreste mai immaginare che è uno sportivo di livello mondiale? Chiariamo subito: Bruno non è un miracolato dalla chimica farmaceutica. Anzi, il suo ematocrito è bassino, come provano gli esami compiuti non in qualche sospetta struttura privata, ma in un ospedale pubblico. E allora, qual è il suo segreto? In effetti un segreto forse c’è e credo - dopo tanti anni - di averlo capito: al pari di molti animali africani, Bruno appartiene a una specie in via d’estinzione. Anzi, dovrebbe essere estinto da un pezzo ormai, perché non appartiene più al nostro tempo; questa specie di fossile proviene da un passato per noi ormai lontano, un tempo dove la gente fino a nove anni non conosceva la corrente elettrica; quando, anche se bambini per la legge, d’estate o con la neve bisognava comunque scendere dall’alpeggio in paese per fare un carico di provviste, o di mattoni o di legna, ritornando su velocemente; quando infanzia voleva dire stare da soli per giorni con le mucche al pascolo. Uno così ha un rapporto diverso dal nostro con la fatica; non lo spaventano le privazioni né i sacrifici; possiede un inesauribile spirito di sacrificio e di sopportazione. E in un’impresa come questa, sul piatto della bilancia conta sì il motore, ma conta tantissimo anche la capacità di soffrire, l’esperienza, l’abilità nel gestirsi. Sul sedile dietro c’è qualcuno che russa spensierato, sovrastando persino il rombo dell’elica; anche lui è dei nostri: per chi non lo avesse riconosciuto, si tratta di Ettore Champretavy; anche lui valdostano, anche lui padre di famiglia (Bruno ed Ettore, sette figli in due, poi dicono del calo demografico…😉, anche lui con una vita simile -lui dice un po’ più agiata - a quella del primo. Ci seguono, poi, quattro fantasmi. Per carità, non è morto nessuno. Sono coloro che sarebbero dovuti venire con noi e, per ragioni diverse, all’ultimo momento non hanno potuto accompagnarci. Sono Jean Pellissier, alle prese con questioni di lavoro (nessuno degli atleti è infatti professionista nel senso economico del termine); Eddy Ottoz, alle prese con il bilancio regionale; Marino Giacometti, distolto dai problemi della neonata FSA Italia (Federazione Sport Alta Quota). E infine Francesco Confalonieri, alle prese con un’ottantina di tipi di problemi diversi. Mamma mia che viaggio! Un volo di linea ci ha condotti fino a Zanzibar e ora questo catorcio ci sta portando ad Arusha, la più grossa città esistente intorno al Kilimanjaro National Park; da qui raggiungeremo Moshi, a 40 km dall’ingresso del Parco. Ovviamente qui non c’è nessuna hostess con il vassoio del pranzo; per fortuna Ettore tira fuori dal bagaglio le banane comperate all’aeroporto. Il pilota si sporge indietro e ci diffida minacciosamente dal buttare a terra le bucce: cerchiamo di spiegargli che quelle sul pavimento sono state lasciate da quelli del volo precedente. Poi, pur di farlo tornare ai comandi, siamo tutti lì a far finta di ripulire l’abitacolo. Passiamo il resto del volo a guardare fuori dai finestrini, con la speranza di veder comparire il grandioso Kilimanjaro, che senza dubbio dobbiamo aver sorvolato; ma, a causa delle nubi che ci circondano o perché affacciati dalla parte sbagliata, non lo vediamo. Vi viene risparmiato l’angoscioso racconto dell’atterraggio ad Arusha; del panico nel constatare che nessuno è venuto a prenderci e che siamo abbandonati in mezzo all’Africa equatoriale a 90 km dall’albergo; di come fortunosamente siamo riusciti a raggiungere quest’ultimo, in quel di Moshi; di come tale “hotel” si sia rivelato, al calar del giorno, essere in realtà la più grande riserva naturale del continente in fatto di bacherozzi giganti. Imprecazioni e ripetuti colpi di scarpa sul muro, provenienti dalla stanza a fianco ci confermano che anche Ettore e Bruno hanno fatto conoscenza con i veri abitanti locali; un signorile distacco invece si sprigiona dalla stanza di Carrel. Ma presto, vinti dalla stanchezza, cadiamo tutti in un sonno profondo. Il mattino dopo, a bordo di un fuoristrada, filiamo verso l’ingresso del Kilimanjaro National Park. Sugli altri due fuoristrada della spedizione ci seguono i portatori e le guide. Sbrigate le formalità per l’ingresso, entriamo finalmente nel Parco: siamo al Gate di Marangu, a 1.800 metri sul livello del mare. Da qui partono i record di ascensione. Il punto esatto per la partenza viene individuato nel grande cartello in legno situato alla partenza del sentiero di Marangu. A questa quota siamo immersi nella foresta equatoriale; cominciamo a salire e raggiungiamo il primo rifugio, Mandara, a 2.700 metri, ai margini della foresta che incomincia a lasciare posto alla savana di alta quota. Il “rifugio” è in realtà formato da una serie di piccole costruzioni in legno simili a cucce per cani di dimensioni spropositate: in una “cuccia” ci infiliamo Bruno, Ettore e io; Carrel e Mattiotti in un’altra. Sugli alberi si rincorrono i macachi: siamo stati avvertiti di chiudere la porta della “cuccia” in quanto potrebbero entrare le scimmie a rubare gli oggetti. Tuttavia, anche quando la porta rimane aperta, nessun animale si arrischia a entrare. Il giorno dopo giungiamo al secondo rifugio, Horombo, a 3.700 metri di quota. Abbiamo percorso circa venti chilometri salendo di quasi duemila metri; sicché si può dire che siamo a metà strada. Qui ci appare finalmente per la prima volta la cima: ancora lontanissimi vediamo brillare al sole i ghiacciai della montagna. Ancora un giorno e siamo all’ultimo rifugio, Kibo, a oltre 4.700 metri di altezza; qui la savana ha lasciato il posto al deserto d’alta quota, formato da sabbie vulcaniche. A questa quota l’orizzonte è già vastissimo: lo sguardo spazia all’infinito sul mare di nuvole sottostante che copre gli altipiani africani. Ed eccoci qui, nel classico camerone da rifugio, con una quindicina di altri alpinisti da tutto il mondo, tutti in attesa della levataccia per andare in vetta: ma di solito sono poco più della metà quelli che raggiungono la cima. Usciti dal rifugio si salgono i primi 900 metri di dislivello su terreno molto ripido e sabbioso: siamo sul cono vero e proprio del cratere. Raggiunto il bordo del cratere ci si muove lungo la cresta e mettiamo i piedi - per la prima volta in Africa - sulla neve. La salita non comporta difficoltà tecniche, ma è faticosa a causa della quota. E così eccoci tutti in cima una prima volta. Quando scendiamo al rifugio Horombo per dormire siamo tutti psicologicamente rinfrancati: siamo riusciti ad arrivare in vetta; siamo finalmente riusciti ad arrivare a capo di questa lunghissima via di salita; abbiamo verificato di persona l’effetto della quota e le difficoltà del percorso. Sulla cima la temperatura è, relativamente all’altitudine, abbastanza mite: dai meno dieci ai meno quindici. Una pacchia rispetto all’Aconcagua dell’anno scorso, dove si viaggiava in cima a oltre meno venticinque! Da questo momento scatta il Piano X che avevamo studiato e pianificato dall’Italia in vista del record: dormiremo due notti ancora a 3.700 metri per ultimare l’acclimatazione; poi, il giorno della vigilia del tentativo di record Bruno e Mattiotti scenderanno a dormire a Marangu; io ed Ettore saliremo al Kibo; Carrel presidierà Horombo. La notte precedente al record io tornerò in cima con Jennadi, il cronometrista ufficiale, dove sistemeremo una tenda e prepareremo tutta l’assistenza agli atleti. La barriera delle 23 ore Quando Bruno partirà da Marangu troverà a ogni rifugio qualcuno che gli presta assistenza: un portatore a Mandara, Carrel a Horombo, Ettore a Kibo, io sulla cima. Ettore aspetterà Bruno a Kibo e poi partiranno insieme: cercherà di “tirarlo” nei pezzi più duri, fino all’orlo del cratere. Poi si staccherà per tentare il “suo” record. In ogni caso, in tutti i rifugi, Bruno dovrà firmare il registro delle presenze tenuto dagli ufficiali del Parco per testimoniare il suo avvenuto transito, insieme all’ora del passaggio. All’interno del Piano X rivestono una importanza cruciale le previsioni dei tempi di passaggio: anche perché Mattiotti e Carrel possono comunicare tra loro con due cellulari, e ognuno dei tre rifugi è in contatto con gli altri due via radio; ma chi è in cima è isolato dalle comunicazioni. Può solo aspettare. Ma quanto? E se Bruno per qualche ragione si dovesse ritirare? Chi ci avvertirà? E se invece fosse solo in ritardo sulla tabella di marcia? Anche avendo una tenda, quante ore possiamo aspettare lassù? E se il tempo peggiora, dobbiamo aspettare ancora o scendere? Cerchiamo di fare una tabella dei tempi di passaggio il più realistica possibile; il record ufficiale esistente, a opera di due californiani, è di 23 ore per salire e scendere. Esiste poi un record ufficioso di circa 18 ore, a opera di alcune guide della montagna, tra cui John, che è uno dei nostri accompagnatori. Queste guide sono scettiche, molto scettiche nei confronti delle possibilità di Bruno. Tra l’altro il loro scetticismo deve essere stato rafforzato dal fatto che all’inizio mi confondevano con Bruno e dunque pensavano che fossi io quello che doveva fare il record! Ora però tutto è chiarito e mi chiamano “Trab”. «Prevediamo l’arrivo di Bruno in vetta per le ore 12.30 circa, ossia dopo 6 ore e 30 minuti. E un tempo totale di circa 10-11 ore» spieghiamo alle guide. Questi dopo un attimo di incredulità cominciano a sghignazzare. Ma Bruno non se la prende e si mette a giocare alla morra con Ettore; è tale la foga dei due nei gesti e nelle urla che dopo un po’ gli africani smettono di ridere: devono aver pensato che si trattasse di una danza di guerra o di qualcosa del genere. Ed eccoci il gran giorno di nuovo in cima ad aspettare. Ai nostri piedi l’Africa si estende all’infinito in ogni direzione. L’aria è calma, c’è poco vento e, in rapporto alla quota, fa decisamente caldo. Il cronometro scorre, i thermos con il tè caldo sono pronti, i carboidrati liquidi e le barrette giacciono al calduccio nella biancheria intima (avete mai provato a mordere una barretta quando è ghiacciata?). Conoscendo i gusti di Bruno, un eventuale panino è pronto in una tasca. Manca il bicchiere di rosso - d’accordo - ma portare fino su anche quello, oltre la tenda, era un po’ troppo. Sono le 11.00 e Jennadi sonnecchia. Dalla cima dove siamo non è visibile l’intera cresta sottostante; per averla meglio sotto controllo bisogna scendere un po’ e sporgersi. Dunque scendo un pochino e poi mi rannicchio tra alcuni sassi per ripararmi dal vento che sul crinale è più forte. Dal mio punto di osservazione la cresta sottostante la domino tutta: non si vede nessuno. A circa un chilometro di distanza in linea d’aria, nei pressi di Gillman’s Point, si nota chiaramente sul pendio nevoso la traccia del sentiero: decido di tenere d’occhio quel punto per vederli arrivare con molto anticipo. Passa il tempo e io continuo inutilmente ad aguzzare la vista. Di colpo mi sento molto “Fantozzi sul Kilimanjaro”: quella che sto guardando ormai da un’eternità non è la traccia del sentiero, ma semplicemente una linea d’ombra sul pendio nevoso. La traccia, ora la vedo con certezza, passa circa cento metri sopra. Improvvisamente sento anche delle urla e mi giro: è Jennadi che si sporge dalla cima e mi indica che sta arrivando qualcuno. Sono già qui e non me ne sono accorto! Meccanicamente accendo la telecamera, mi alzo in piedi e scatto da freddo verso la vetta per poter precedere gli atleti e filmare l’arrivo. Dopo qualche secondo sto rantolando e cerco inutilmente una panchina dove appoggiarmi. Ma stoicamente, nonostante l’esistenza mi stia passando veloce davanti agli occhi, decido di sacrificare gli ultimi istanti di vita all’arte filmica; e attraverso l’obiettivo vedo Ettore che arriva al galoppo. «Per la mia famiglia, gli skyrunner, la Valle d’Aosta!» urla arrivando in cima, immortalato dalla pellicola. Mentre Jennadi registra il tempo, Ettore firma il famigerato documento ufficiale, poi fa appena in tempo a dire: «Bruno sta arrivando. Ciao» e si scaraventa giù. Per la cronaca, chiuderà la sua fatica in 1:49’ per salire e scendere un percorso che agli alpinisti “normali” richiede dalle 8 alle 12 ore… Il cuore fa appena in tempo a scendermi dal palato che arriva Bruno. Possibile che sia già qui? Jennadi e io facciamo salti di gioia. Eccolo qui, tranquillo come se venisse da due giri intorno all’isolato. Ha impiegato 5:38’ a salire, un’ora in meno del previsto. «Eh, Dze si un zo lagnà (Eh, sono un po’ stanco!)» borbotta in patois, quasi per scusarsi di averci fatto aspettare. La firma di rito, una bella bevuta e anche lui scompare velocemente. Jennadi e io ci guardiamo. «Se vogliamo essere giù stasera dobbiamo muoverci» ci diciamo. Per scendere ci aspettano 40 chilometri di cammino carichi come muli. E non ci chiamiamo Bruno Brunod.» Epilogo All’arrivo di Bruno - mi hanno raccontato - le guide più scettiche si sono prostrate ai suoi piedi. Il tempo con cui ha chiuso è incredibile: 8:34’52’’. La notizia è stata riportata anche da alcuni quotidiani nazionali della Tanzania. Con il ritorno a casa i sintomi del “mal d’Africa al rovescio” sono cessati del tutto. Bruno ed Ettore hanno ripreso la solita vita. Abbiamo saputo che questa impresa è stata prontamente inserita tra gli eventi sportivi dell’Anno Internazionale della Montagna (2002), anno ufficialmente inaugurato qualche giorno dopo il ritorno della spedizione al Palais Saint Vincent, a due chilometri da casa di Bruno. Ovviamente però, in questo tripudio mondano di politici, gente di spettacolo, ex atleti e altri personaggi che realmente nulla hanno a che fare con la montagna, nessuno si è ricordato di invitare Bruno. Non importa, si vede che, come dicevano gli antichi, nessuno è profeta in patria. Per fare i record sulle montagne più alte del pianeta bisogna avere soprattutto le spalle larghe.
14/09/03 @ 00:37:51
 
 
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